mercoledì 18 novembre 2009

Centri territoriali per la sicurezza e la qualità della vita

L’attuazione del recente decreto sulla sicurezza e la sua relativa applicazione per quanto concerne l’impiego di volontari, pone alcuni problemi per quanto concerne l’efficacia tattica e la valenza strategica delle misure attuative da parte delle amministrazioni comunali chiamate a disporle.

Sebbene gli allarmi lanciati da alcuni settori sociali e politici decisamente minoritari ed evidentemente intrisi di pregiudizi ideologici e interessi corporativi non trovino corrispondenza nella maggioranza dei cittadini romani, c’è tuttavia il rischio che l’applicazione del decreto in termini minimalisti non porti ad altro che alla creazione di una serie di gruppi che apparirebbero come una copia difettosa delle forze dell’ordine. In particolare abbiamo fatto osservare in precedenti documenti che, da quanto noi rilevato, la percezione della insicurezza è determinata da fattori variabili e disomogenei che vanno oltre i problemi inerenti l’ordine pubblico e la legalità e che, sebbene questi due aspetti abbiano un ruolo preponderante, la loro manifestazione può dipendere da condizioni complesse che non possono essere risolte esclusivamente con gli strumenti dissuasivi e repressivi analoghi a quelli istituzionali attualmente in vigore. E’, inoltre, fondamentale considerare il fatto che la città di Roma presenta differenze evidenti nelle sue problematiche territoriali che, in alcuni casi, assumono caratteristiche peculiari che non rientrano nelle più comuni tipologie.

Quanto sin qui asserito, implica la necessità di un intervento che soddisfi le esigenze seguenti:

1- Differenziazione territoriale.

2- Metodologia interdisciplinare di analisi dei problemi

3- Diversificazione della tecnica di intervento

4- Caratterizzazione dell’immagine degli operatori

5- Creazione e mantenimento di un terreno di dialogo tra operatori e cittadini


Aprendo una prospettiva più ampia va, inoltre, considerato che la maggior parte delle ricerche svolte negli ultimi decenni sull’analisi delle emozioni e dei comportamenti umani comprese nelle categorie dell’eccesso di aggressività, ostilità, ansia , timore e autoesclusione sociale, concordano nel ritenere l’assenza o la forte carenza di interazioni socioculturali in ambiti di affollamento demografico siano le cause primarie (quando non esclusive) che ne determinano l’insorgenza e il mantenimento. La nostra esperienza nell’ambito della gestione di conflitti socio ambientali e nel contrasto dei comportamenti scorretti o illeciti in essi implicati, ha dato risultati positivi laddove sono stati implementati gli elementi informativi e gli strumenti di dialogo promossi da organizzazioni extraistituzionali (che, generalmente, riscuotono fiducia in quanto percepite come parti terze con ruoli di mediazione). Suggeriamo, quindi, che gli interventi volti a ridurre la percezione di insicurezza debbano comprendere anche le seguenti attività:

1- Ricerca sull’effettiva natura del problema e del livello della sua percezione

2- Informazione alla popolazione concentrata sul rapporto tra dimensione del problema e dimensione della sua percezione.

3- Creazione di spazi permanenti di confronto tra componenti sociali in contrasto

4- Organizzazione di eventi ricreativo culturali volti a ridurre le distanze sociali percepite.

5- Reclutamento di volontari disposti a cooperare su progetti di risanamento, miglioria e controllo del territorio.


Non è un caso che il punto 5) (che nel decreto sulla sicurezza può apparire come un elemento centrale precostituito a forte rischio di estraneità e simmetria verso alcune componenti) assuma, nel nostro schema di lavoro, la posizione di punto di arrivo di un percorso condiviso improntato al dialogo e alla conoscenza dei problemi da affrontare. In una tale ottica è ben difficile che trovino giustificazione le critiche (strumentali o realistiche) all’impiego di volontari per la sicurezza, in quanto essi si troverebbero a rappresentare l’emersione della parte più cosciente e disponibile delle società civili attualmente assai poco visibili in gran parte del territorio metropolitano.

Un percorso di lavoro articolato e durevole nella direzione sin qui esposta, deve, necessariamente, basarsi su una struttura stabile ed aperta al territorio con un certo numero di operatori che operino con un certo livello di conoscenza delle problematiche implicate e che abbiano la capacità di stabilire un rapporto diretto con i cittadini anche attraverso quel tipo di eventi di ‘animazione’ o intrattenimento che favoriscono la fertilità dei terreni sociali di incontro. Questo tipo di struttura dovrebbe, secondo noi, assumere la denominazione di Centro Territoriale per la Sicurezza e la Qualità della Vita . Una tale denominazione sottolinea sia l’aspetto locale e decentrato del progetto, sia l’ampiezza del suo intervento e l’intenzione di non considerare la sicurezza un problema isolato risolvibile con piccole azioni dimostrative. I centri dovrebbero cominciare a sorgere, prioritariamente, nelle realtà periferiche, laddove è più marcata l’assenza di strutture di socializzazione con la relativa amplificazione (e frequente distorsione) di eventi percepiti come sorgente di insicurezza e affidati alle organizzazioni di volontariato che mostrino determinati requisiti.

Restiamo a disposizione per fornire la nostra visione sulle possibili risorse economico-logistiche per la realizzazione dei centri, sia per i criteri di selezione del personale idoneo a promuoverli e coordinarli, sia sull’individuazione dei criteri strategici che possono stabilire le linee guida che ne orientino l’azione e gli obiettivi.

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